Il dubbio e la paranoia di Giulio De Santis – Psicologo Milano – Bologna – San Benedetto del Tronto

woman-1269217_1280Il dubbio e la paranoia

Il fatto che tu sia paranoico non significa

che non ti stiano dando la caccia”

Kurt Cobain

Frank Zappa

Una persona entra in una sala d’attesa con aria guardinga e inizia a scrutare tutti i presenti con fare dubbioso, attento a qualsiasi segnale di minaccia nei propri confronti. Appoggia l’ombrello fuori dal portaombrelli per evitare che qualcuno lo scambi con il suo, si toglie il cappotto e lo mette vicino a sé affinché nessuno tenti di rubarlo, si siede, prende un giornale e fa finta di leggere coprendosi il viso, ma in verità controlla tutti con la coda dell’occhio, alternando un falso atteggiamento di rilassatezza a continui controlli alla sua borsa, al suo portafogli e alle chiavi della sua auto. Ad ogni rumore lui scatta sulle difensive in cerca di qualsiasi cambiamento che possa in qualche modo minacciarlo; le persone presenti, sentendosi osservate, lo guardano con sospetto e si mettono anche loro sulle difensive, dopotutto, chi non lo farebbe in presenza di un comportamento così inquietante? L’uomo li osserva e trova la conferma del fatto che hanno qualcosa contro di lui poiché lo stanno osservando con un’aria sinistra e magari sono intenzionati a nuocerlo e giocargli un tiro mancino, si sente rifiutato, sotto giudizio, vive in uno stato di ansia continua a causa di quegli sguardi intrusivi: ha appena inventato una realtà sulla base delle sue credenze. Quando il dubbio diventa più fitto e pervade l’intera esistenza di un individuo, si trasforma in sospetto, il principio della paranoia.

Nel gergo comune la parola “paranoia” è utilizzata per descrivere una forte preoccupazione, uno stato di angoscia o di noia, una serie di preoccupazioni inutili e di credenze deviate, ma anche semplicemente una persona ansiosa, apprensiva o che attua posizioni vittimistiche. Nella letteratura psichiatrica e psicologica, invece, ha un significato particolarmente preciso, sebbene sia stato utilizzato con diverse sfumature. Il termine, non più incluso nella terminologia internazionale, deriva dal greco e significa “follia”, “fuori dalla mente”, a sottolineare il contenuto spesso delirante attribuitogli dalla comunità scientifica odierna.

La classificazione fu introdotta per la prima volta nell’Ottocento da Emil Kraeplin, che chiamava “paranoia pura” l’insieme dei disturbi che si basano su credenze illusorie, non per forza collegate a idee di persecuzione. Nel 1895 Freud, in un allegato delle tante lettere inviate al Dr. Fliess, menzionò tale disturbo riferendosi al caso di una donna ossessionata da “voci interiori” che la criticavano.

Ai giorni nostri, nella classificazione del DSM, le ideazioni paranoiche si ritrovano nel Disturbo Paranoide di Personalità, nel Disturbo Delirante Tipo Persecutorio e nella Schizofrenia Tipo Paranoide. In ambito psichiatrico, però, è opinione condivisa ricondurre la paranoia alla sua forma più grave di psicosi costruita sulla base di un delirio cronico a tema persecutorio, caratterizzato da una razionalità che spesso fa descrivere il delirio come “delirio lucido”. Alcuni dei contenuti deliranti più diffusi riguardano il fatto di essere amati da una persona importante o da un personaggio pubblico (la cosiddetta sindrome di De Clerambault), di essere in missione per conto di Dio o di essere traditi dal partner.

Tuttavia la condizione paranoica più riscontrata è quella di credere di essere perseguitati, spiati, o che gli altri possano avere cattive intenzioni nei propri riguardi, fino ad arrivare a deliri e psicosi con contenuti relativi alla credenza che qualcuno sia intenzionato a mettere del veleno nel proprio bicchiere, o alla sensazione di essere costantemente pedinati, di essere vittima di una manipolazione psicologica o di un complotto o essere infiltrati della CIA. Nei casi meno gravi, questi soggetti si sentono vittime e sviluppano una irrefrenabile rabbia che diventa la loro sensazione-base e spesso li porta ad un desiderio di vendetta che, nei casi più gravi, si concretizza in atti offensivi: molti serial-killer, infatti, sono stati diagnosticati come soggetti paranoici.

Ci sono molti casi in cui è evidente un marcato tratto ossessivo che li porta ad affrontare comunque le situazioni, non ad evitarle; a causa di questo tratto, nelle diagnosi operative interne al CTS, si preferisce individuare questi pazienti come “ossessivo-paranoici” e lavorare con loro con strategie miste che prevedono l’utilizzo di tecniche orientate sia alla loro parte ossessiva che a quella paranoica. Essendo la paranoia la massima evoluzione dei disturbi di matrice ossessiva, tralasciando deliri e psicosi, è comprensibile che vi siano dei disturbi che rappresentano fasi di passaggio e incorporano sistema percettivi-reattivi misti. Questo non vuol dire che non vi siano tecniche per curarli, ma risulta difficile fare una discriminazione netta tra un disturbo ed un altro.

Una certa diffidenza nei confronti del prossimo, specie per le persone che mirano al raggiungimento di mete molto elevate, aiuta ad evitare di cadere in trappole che i colleghi, talvolta anche senza volerlo, costruiscono per invidia o per spirito di competizione. Un uomo importante, o benvisto da una persona importante, è effettivamente nella posizione di avere molti nemici che lo invidiano; in questi casi, nei quali i probabili nemici esistono davvero, è clinicamente impossibile non essere un po’ paranoici. Allo stesso modo il mobbing può essere sia il risultato di queste dinamiche che la credenza di un vero paranoico, è però difficile discriminare quando tali posizioni sussistano davvero o quando entrano in gioco fattori come i pregiudizi e le insicurezze. Ci sono un’infinità di situazioni che si collocano al limite tra il reale rifiuto e una credenza che lo rende reale, pertanto la discriminante teorica che si basa sulla fondatezza delle paure e delle credenze appare perlomeno molto discutibile.

Gli individui con questo disturbo, molto vicino a quello che il DSM chiama “Disturbo Paranoide di Personalità”, non solo presumono che gli altri li possano danneggiare, ma anche che li sfruttino o li ingannino sulla base di prove inesistenti, del tutto inventate. Ciononostante è facile pensare come questo possa essere indotto da un gruppo di colleghi che, a causa del comportamento ambiguo di tali soggetti, finiscono per comportarsi nella maniera temuta, alimentando le credenze paranoiche e sostituendo delle reali prove a quelle che in precedenza erano solo inventate, proprio come accade nell’esempio della sala d’attesa.

I paranoici non si fidano di nessuno, solo di loro stessi, questo li porta a pensare che nessuno verrebbe in loro aiuto nel momento del bisogno, pertanto si guardano bene dal chiederlo, non si confidano e non entrano in intimità molto facilmente poiché temono che le informazioni rilevate possano essere utilizzate contro di loro. È ironico pensare che in verità le uniche persone dalle quali dovrebbero difendersi sono loro stessi; trattano la loro mente come il loro migliore alleato mentre invece è il loro peggior aguzzino. Un errore di una persona è interpretato come un imbroglio nei suoi confronti, una battuta scherzosa diventa un attacco, un complimento diventa un modo elegante di esprimere una critica, un’offerta d’aiuto, anche se ricevuta da una persona cara, si trasforma in una dichiarazione di incapacità.

Questo atteggiamento si riscontra anche in molti detti e proverbi, che il più delle volte incarnano l’ottusità e non la saggezza popolare; essi suggeriscono che esistono casi in cui è bene non fidarsi del prossimo, dopotutto “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio” e non si può contare sull’aiuto altrui quindi “chi fa da sé fa per tre” e neanche bisognerebbe fidarsi troppo delle persone care perché, si sa, “parenti serpenti”. Anche i proverbi sembrano rivelare la labilità del confine tra una prudente saggezza e un comportamento controproducente, per non parlare degli studi sull’umorismo che, fin dai “motti di spirito” di Freud, rivelano come spesso una battuta scherzosa sia utilizzata per esprimere un reale contenuto critico. È curioso notare che il termine “ironia” deriva dal greco e significa “ipocrisia”, “falsità”, mentre “sarcasmo”, considerata la più bassa forma di arguzia, significa “mordersi le labbra per la rabbia”; la forma teatrale della satira è addirittura un esempio di come poter cambiare la società sulla base di questi strumenti, mostrandone le contraddizioni per promuoverne il cambiamento.

È opportuno quindi ribadire che queste persone non sono per niente in grado di discriminare tali sottigliezze, poiché costantemente colte da risentimento, come sono anche incapaci di dimenticare insulti, offese e ingiurie che credono di aver ricevuto. Questo atteggiamento li porta spesso a dubitare della fedeltà del proprio partner, sul quale esercitano un completo controllo per evitare di essere traditi, mettendone continuamente in dubbio le azioni e le intenzioni. La credenza che tutti ce l’abbiamo con loro, inoltre, sottende a quella di essere persone sempre al centro dei pensieri di tutti, sentimento che li spinge spesso a mostrare delle fantasie grandiose irrealistiche e ad essere per questo percepiti come “fanatici” “narcisisti” e “vanitosi”. Come tutti i fanatici, sono molto propensi a seguire o addirittura fondare “culti” o gruppi, fino a trasformarsi in gruppi di terroristi, sette religiose o sataniche, aggregati di persone simili tra loro che, unite dal nemico comune, spesso diventano pericolose per se stesse e per gli altri.

La difficoltà di questi soggetti ad avere delle relazioni di amicizia è da attribuire al loro essere spesso polemici, lamentosi, biasimatori, ostili, sospettosi, ipervigili; non di rado appaiono individui misteriosi e freddi, all’apparenza privi di sentimenti teneri, ma nascondono una profonda labilità riguardo la loro sfera affettiva che spesso li rende degli ottimi stalker. Per questo motivo ci sono buone ragioni per credere che la maggioranza dei pazienti che arrivano in studio con una diagnosi di “uscita psicotica” “Fobia sociale” o “Disturbo Evitante di Personalità” (la forma più ampia di Fobia Sociale), sia “solo” affetta da ideazioni paranoiche; allo stesso modo anche il “Disturbo Schizotipico di Personalità” è caratterizzato da ideazioni paranoidi.

Per quanto riguarda la diagnosi differenziale con i disturbi ossessivi, si può sostenere che, fondamentalmente, ciò che discrimina una paranoia da un’ossessione, è la difesa. Il paranoico si difende da sé, dagli altri, dal mondo, dal caso o da Dio e da qualsiasi cosa le “credenze” spingono a credere; il sistema percettivo reattivo dell’ossessivo è la ricerca estrema del controllo che fa perdere il controllo, ma non vi è un nemico, un aggressore, un avvenimento o una credenza che lo pone in maniera difensiva rispetto a sé, gli altri, il mondo, Dio o il caso. Sebbene la struttura della logica sia sempre quella della credenza, il dubbio del paranoico si trasforma in certezza senza che lui faccia niente di attivo per cercare di controllarlo, poiché trova le conferme in base alle sue credenze senza svolgere particolari rituali. Il suo modo di comportarsi crea una realtà che conferma i suoi sospetti; la sua ansia deriva dalle sue certezze, poiché i loro dubbi hanno cristallizzato delle verità.

Al lettore pratico di terapia strategica può apparire chiaro, a questo punto, come nell’ossessivo compulsivo la tentata soluzione ha successo al punto tale che non può smettere di mettere in atto i rituali, nell’ossessivo puro la tentata soluzione non ha successo, ma i soggetti insistono come se prima o poi lo avrà, cercano ossessivamente di gestire qualcosa per averne il controllo, perdendolo. Il paranoico, invece, si sente aggredito e attacca proprio perché l’ossessione diventa realtà; combatte una battaglia che sa già di perdere, pertanto la tendenza è quella di attaccare prima di essere attaccato, o di arroccarsi, o di evitare il conflitto, ma sempre in maniera difensiva. Il nemico viene interamente costruito dalla difesa nei suoi confronti; ne va di conseguenza che, dato che ci si difende, il nemico esiste. È lo stesso principio che spinge Capitan Drogo a difendersi dai Tartari.

Il lettore ricorderà di certo il romanzo di Dino Buzzati “Il deserto dei Tartari”: Giovanni Drogo, ventunenne, arrivava da tenente alla fortezza Bastiani, ultimo avamposto ai confini settentrionali del regno che domina la pianura chiamata “deserto dei Tartari”, luogo ripetutamente macchiato di sangue dai nemici. Sebbene gli attacchi mancassero ormai da molti anni e la fortezza fosse ormai dimenticata da tutti perdendo il ruolo di punto strategico, tutti al suo interno continuavano a comportarsi come se i nemici fossero pronti all’attacco. Nessuno voleva abbandonare la fortezza e l’attacco iniziava ad essere un evento sperato da tutti i militi, il collante che li teneva uniti. In questa speranzosa attesa si consuma la vita di Drogo e dei suoi compagni che, ad uno ad uno, muoiono nel tempo.

Dr. Giulio De Santis

PSICOLOGO – PSICOTERAPEUTA

Specialista in

PSICOTERAPIA BREVE STRATEGICA

Affiliato al CTS di Arezzo diretto dal Prof. Giorgio Nardone

Coordinatore CTS – Bologna

Riceve a: Milano, Bologna, San Benedetto del Tronto

Tel.: 3333763710 e-mail: desantisgiulio@gmail.com

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