Modello M.R.I. – di Giulio De Santis -Psicologo Milano-Bologna-San Benedetto del Tronto

Il modello

Il modello della Scuola di Palo Alto (BTC approach) è famoso per essere un modello tanto semplice quanto difficile da applicare. Quello che segue vuole essere solamente uno schema organizzato della tecnica dell’approccio, ricavato da un piccolo manuale (Fisch, 1996) consegnato dall’M.R.I. alla classe del “Brief Therapy Intensive” training svoltosi nel luglio 2005 a Palo Alto, nella Scuola stessa.

Le spiegazioni tradizionali della presenza di problemi si basa sulla nozione che ci sia qualche difetto (imperfezione, aberrazione, patologia), che questo sia all’interno dell’individuo o che questo difetto rappresenti un’influenza duratura di una esperienza passata (psicoanalisi), un apprendimento disadattivo (cognitivo-comportamentale), fattori congeniti genetici o biologici (psichiatria neurochimica), ecc.

Una variazione operata all’interno degli ultimi quaranta anni è stata l’idea che questo difetto non sia all’interno dell’individuo ma nell’organizzazione fondamentale della famiglia, la “omeostasi disfunzionale” (terapia familiare) di cui già accennato.

Il modello sviluppato e usato nella Scuola di Palo Alto parte significativamente da queste nozioni eliminando completamente il concetto di patologia come un non necessario elemento nel considerare il disagio umano. Piuttosto il modello cerca di spiegare la persistenza del disagio come il risultato della persistenza del particolare sforzo compiuto per eliminare il disagio, le “tentate soluzioni”.

Anche se tutto ciò sembra molto semplice, è veramente molto difficile evitare la tentazione di cercare la “patologia” quando si lavora con il cliente. Questa è stata la tradizione di centinaia di anni, cercare cosa è sbagliato nel soggetto o, più recentemente, nella famiglia, invece di concentrarsi su cosa il soggetto stia facendo per mantenere, senza volerlo, il suo disagio.

Preso per assodato che non esiste il concetto di patologia, allo stesso modo non può esistere il concetto di normalità/anormalità. Di conseguenza il modello procede nei termini di “ciò di cui ci si lamenta”.

Questa è una delle caratteristiche che permette alla terapia di essere breve dal momento in cui il suo compito è di risolvere ciò che il paziente lamenta come disagio. Se si dovessero manifestare ulteriori benefici si guarda alla risoluzione del motivo per cui il paziente è giunto in terapia come agente scaturente, nel senso di scaturente un “effetto onda”. Piccoli cambiamenti in sé possono guidare altri grandi cambiamenti.

Da quando il modello è centrato su cosa le persone stanno facendo, l’informazione utile è comportamentale, tangibile e, quindi, descrivibile dai clienti. Questo significa che i terapeuti hanno bisogno di capire chiaramente la descrizione del problema del cliente e questo richiede dirigere l’attenzione a cosa il cliente sta dicendo. Questo è molto differente dall’ascoltare cosa il cliente vorrebbe “veramente” dire o a quale cosa generale il cliente si stia riferendo.

Non pensare in termini di patologia significa non pensare in termini di diagnosi o qualunque altro modo di categorizzazione del cliente. Perciò la terapia è piuttosto individualizzata, “confezionata su misura” a seconda del particolare cliente. Questo mette in evidenza anche quanto sia importante ascoltare il cliente dal momento in cui questo consente al terapeuta di capire cosa è importante per lui (piuttosto che cosa dovrebbe essere o sarebbe importante) in ogni momento particolare della seduta terapeutica, senza interpretare. Sapere cosa è importante per il cliente porta inoltre il terapeuta ad una appropriata scelta delle parole.

Un’altra caratteristica è il fatto che è probabile che il terapeuta sia più efficace e pronto se si prende il suo tempo. Questo non significa sedersi passivamente ma procedere su un altro punto o passo della sessione solamente dopo che sia ben chiara l’informazione e quando si ha una ragionevole idea della direzione verso la quale procedere successivamente.

La tecnica

a) Prima della prima sessione: chi vedere?

Da quando lo scopo della terapia è eliminare ciò che il paziente indica come disagio, quando possibile, la miglior cosa è iniziare incontrando il soggetto che si lamenta. Questo è relativamente semplice quando colui che chiama chiede aiuto per se stesso. E’ meno semplice quando il richiedente domanda un aiuto per qualcun altro (un bambino, un coniuge, un genitore ecc.). Per determinare chi vedere può aiutare domandare al richiedente “Quanto desideroso è (chi ha bisogno d’aiuto) di vedere il terapeuta?” Se non è desideroso è meglio, per la prima volta, vedere il richiedente congiuntamente con la persona per la quale sta chiamando o, preferibilmente, da solo.

b) La/le sessione/i iniziale/i

– La prima principale cosa è la definizione del problema.

Questa informazione dovrebbe essere ottenuta in termini di: – Chi? – Sta facendo cosa? – Per chi è un problema? – Come questo rappresenta un problema?

Non di rado il cliente risponde in termini generali, non descrittivi, una utile domanda può essere: “Mi fornisca un tipico esempio per favore”.

E’ importante prendersi una seduta per definire il problema. E’ spesso difficile, ma avere chiaro in cosa esattamente il cliente è “incastrato” può evitare di sprecare molto tempo dal momento in cui è necessario per il terapeuta sapere di quale area si deve occupare. Questo è uno dei maggiori strumenti per far sì che la terapia sia focalizzata e, di conseguenza, breve. Obiettivi più lontani possono essere presi in considerazione quando un cliente offre due problemi separati o un problema con un numero di caratteristiche elevate. In questi casi la domanda è: “Quale vorrebbe risolvere per primo?” (o che parte). In tal modo si può definire qual è la priorità del cliente.

Perché ora?

Il momento in cui una persona ricerca aiuto di solito non è un momento qualunque. Ci sono sempre alcuni fattori che hanno fatto scaturire la decisione di richiedere aiuto. A volte può corrispondere ad un ultimatum posto da qualcun altro (genitore, coniuge, superiori ecc.) o il problema è peggiorato qualitativamente. Si può domandare: “Che cosa le ha fatto decidere di chiedere aiuto lunedì invece che la settimana scorsa?” La funzione più usuale di questa domanda è quella di capire se il cliente è stato o no costretto a venire.

Come il cliente si sta rapportando al problema?

Questa è certamente l’informazione più strategica dal momento in cui si identifica cosa il cliente ha fatto fino ad ora per tenere in vita il problema. Questo sarà il target di tutta la terapia (il modello non tratta i problemi, tratta le tentate soluzioni). Può salvare molto tempo nella terapia porre questa domanda con una esposizione che renda un effetto del tipo: “Ho bisogno di sapere che cosa non funziona o non funziona bene abbastanza, quindi per favore, mi dica, come ha provato a…”. L’informazione ottenuta deve essere il più possibile descrittiva: questo spesso include una modalità di dialogo di tipo “esatto”, specialmente nei problemi di natura interazionale, dal momento in cui quando si tenta di cambiare il comportamento di qualcun altro lo si fa di solito verbalmente. Si può domandare: “Cosa vuole dire esattamente?” poiché di solito i clienti parlano in messaggi brevi, usando etichette (per esempio “Gli ho parlato dell’importanza dell’educazione”).

La posizione del cliente.

Con questo ci si riferisce a quelle opinioni, punti di vista, valori, ai quali le persone spesso si riferiscono quando parlano degli eventi della propria vita: le cose che loro credono siano “vere” o importanti. Ai fini della terapia, sono quelle posizioni assunte fortemente e fermamente che sono le più importanti. Nelle conversazioni di tutti i giorni, non dovrebbe importare molto se si litiga o se si insulta delicatamente una persona, ma dovrebbe interessare di più esprimere le proprie opinioni. Invece in terapia è importante evitare di discutere o fare in modo che i clienti si sentano non a proprio agio con il terapeuta. Fare attenzione a quali credenze sono importanti per i clienti aiuta ad evitare gli ostacoli che si oppongono ad una buona terapia.

L’approccio della Scuola di Palo Alto include il persuadere e l’influenzare le persone a fare qualcosa che non sono abituati a fare. Giustificare un’azione alternativa offrendo una spiegazione che va contro le credenze del cliente porta al fallimento della terapia. Il motivo per far accrescere l’impegno del cliente a un’azione che si vuole suggerire deve coincidere con le sue credenze, con la sua “posizione”. Per esempio se un cliente sta esprimendo rabbia per la persona con la quale ha cercato aiuto, non verrà niente di buono al terapeuta nello spiegare che quello che sta accadendo sarà utile per quella persona.

E’’ molto più probabile che il suggerimento più utile da effettuare sia che quell’azione darà al cliente più controllo sull’altra persona. La gente parla di frequente in questo modo in molte comuni situazioni sociali. Se una persona invitata a cena dice di essere vegetariana, di solito si prova a farlo sentire a proprio agio esprimendo interesse o complimentandosi con lei e del suo modo più salutare di mangiare. Si sa che la si farebbe sentire a disagio dicendole che sta facendo qualcosa di stupido o che è una persona fanatica della salute o per altro.

Poiché lo scopo della terapia è persuadere il cliente a fare qualcosa di differente dalle sue tentate soluzioni in vista di una più ampia possibilità di scelta, di solito la posizione più utile è la credenza che il cliente ha a proposito del problema. Spesso il cliente esprimerà la sua posizione mentre si parla del problema, per esempio: “Lo so che non voleva farmi del male, è stato sempre rifiutato dalle persone sulle quali contava…” o “Non sono sorpreso che mi abbia fatto ciò che ha fatto, è sempre stato un bastardo…”. Se il cliente non esprime una posizione a proposito del problema, questa potrebbe essere fatta esprimere domandando: “Qual è la sua supposizione sulla natura dell’esistenza del problema?” Lo scopo è semplicemente quello di ottenere dal cliente un’idea del senso che egli ha dato al problema, qual è la sua spiegazione.

Quella fino ad ora spiegata è una sorta di struttura per muovere i primi passi nella terapia e per il principale scopo di ottenere dalla persona che si lamenta informazioni di cui si ha bisogno.

Tuttavia il primo compito del terapeuta è quello di assistere e aiutare il cliente a risolvere il problema, principalmente cercando di far abbandonare le tentate soluzioni.

L’influenza terapeutica

Generalmente un terapeuta può influenzare il cliente, terapeuticamente, in due principali modi: indicando la possibilità o la probabilità di miglioramento; o con direttive che inducono il cliente fuori dalla tentata soluzione. Con ciò al cliente è data la facoltà di capire che il problema è risolvibile, o che non è così grande quanto sembra o che lui ha un controllo potenziale tale da permettergli di occuparsene. Produrre ottimismo permette al cliente di avere più speranza e, di conseguenza, di sentirsi rilassato, in modo tale che diventi possibile ridurre gli sforzi (tentate soluzioni) di lottare contro il problema.

Esprimere ottimismo esplicitamente evita l’alto rischio che il cliente lo rifiuti dal momento in cui esiste il pessimismo inerente al fatto di aver richiesto un aiuto esterno per quello che è esperito come un opprimente e sconcertante problema. Per ridurre suddetto rischio, l’ottimismo può essere stabilito sottintendendolo, poiché questa idea implicita è meno aperta all’esaminazione e, quindi, al rifiuto. E’ la differenza che sta tra il dire “Lei supererà questo problema” e “Superare il suo problema non è una cosa che avverrà dall’oggi al domani”; stabilire esplicitamente che il miglioramento richiederà del tempo, con l’idea implicita che il problema sarà migliorato o superato.

– Ottimismo “automatico”.

Con il termine “automatico” ci si riferisce alla produzione di un ottimismo implicito inerente a tutte le domande che il terapeuta pone nell’inizio della terapia, domande tese ad ottenere le informazione delle quali si ha bisogno. Ma le domande in sé possono trasmettere messaggi di speranza, segue una serie di esempi:

Qual è il problema?” (Non si deve esitare, si può andare direttamente ad affrontare il problema.)

Questo accade tutte le volte?” (Non è una cosa continuativa, a volte la persona ha problemi e a volte no…)

In che contesto accade? (Non è così misterioso; lo si può immaginare…)

Che cosa fa quella persona che ti fa esperire ciò?” (Non bisogna cambiare la persona, ma solo cosa sta facendo…)

Qual è la cosa principale che preoccupa?” (Ridurre il problema per non cambiare l’intera cosa…)

Come ha provato ad occuparsi del problema?” (Il problema non è il problema in sé ma il modo con cui si cerca di cambiarlo…)

Quale potrebbe essere un primo segno di miglioramento?” (Il miglioramento avverrà in piccoli passi, non richiede enormi sforzi…)

Tra i due problemi quali preferisce risolvere per primo?”( si riduce il compito e si fissano entrambi i problemi, una alla volta…)

– Opportunità a favore dell’ottimismo.

La funzione è la stessa dell’ottimismo “automatico” la differenza sta nel fatto che le opportunità per indurre l’ottimismo non sono costruite nelle domande poste al cliente. Il terapeuta, mentre ascolta il cliente, nota i suoi commenti e può replicare con una risposta che induca ottimismo. Più spesso alcuni commenti possono essere riformulati dal cliente pessimisticamente. Molte di queste possono essere espressioni di disperazione o di debolezza:

La mia depressione si accende e si spegne da quando ero bambino.” – “Si accende e si spegne? Questo significa che ci sono stati dei periodi in cui lei era depresso e periodi in cui non lo è stato? Sarebbe bello se lei sapesse che cosa la spinge ad accendere e spegnere la sua depressione” –

So che è così ridicolo essere terrificato dal guidare nell’autostrada” – “Sa, quando si è terrorizzati si è dei guidatori più attenti di quelle persone che danno la sicurezza per scontata. Infatti sarei preoccupato per lei se riuscisse a superare troppo la sua paura…)”-

Sono stato in terapia per gli ultimi dieci anni, lei è la mia ultima speranza” – “Bene, pare che le possibilità di miglioramento siano poche, ma le dirò cosa mi preoccupa di più. Lei potrebbe essere diventato così abituato al problema che quando esso sarà risolto, il cambiamento potrebbe creare nuovi problemi, sarebbe importante guardare avanti alle possibilità che avremo…” –

Questi sopra sono esempi di opportunità o possibili “ristrutturazioni” attuate dal terapeuta. Questo non significa che si debba intervenire in tutte le opportunità. Anche una può essere sufficiente. E’ importante che il cliente si presenti con l’opportunità di replica per il terapeuta in maniera tale da lasciarsi indurre speranza, forza, che lo porteranno a capire che il problema è più piccolo di quello che sembra, in una parola, ottimismo.

Quando un cliente manifesta un successo è molto più incoraggiante esprimere sorpresa che approvazione o ammirazione. Questo evita il rischio che il cliente la prenda come una “pacca sulla spalla” e, di conseguenza, senta il suo risultato come banalizzato.

– Direttive.

Molto spesso il terapeuta vorrà che il cliente faccia qualcosa. Ciò è differente dal fatto che il cliente provi a lottare con le sue tentate soluzioni. E’ necessario quindi tenere a mente che la soluzione di un problema è derivata non dalle direttive date al cliente, ma dalla sua capacità di lottare contro gli sforzi che egli fa per eliminarlo, tali capacità si rafforzano, il più delle volte, già con la prescrizione del sintomo.

Dr. Giulio De Santis

PSICOLOGO – PSICOTERAPEUTA

Specialista in

PSICOTERAPIA BREVE STRATEGICA

Affiliato al CTS di Arezzo diretto dal Prof. Giorgio Nardone

Coordinatore CTS – Bologna

Riceve a: Milano, Bologna, San Benedetto del Tronto

Tel.: 3333763710 e-mail: desantisgiulio@gmail.com

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