Il dubbio terapeutico di Giulio De Santis Psicologo Milano, Bologna, San Benedetto del Tronto

glasses-415256_1920Una tecnica poco formalizzata, ma tipica di tutte le psicoterapie di stampo interazionale è proprio quella che utilizza il dubbio all’interno della comunicazione e della relazione. Comunicazione e relazioni sono inevitabilmente intrise di ambivalenze di ogni tipo e le ambivalenze sono spesso sorrette da un dubbio, per questo motivo se si vogliono utilizzare le ambivalenze, bisogna essere in grado di creare e cavalcare il dubbio che le sorregge.

Di rado questa “arma” viene utilizzata consapevolmente dagli psicoterapeuti, ma un esercizio attivo e reiterato rende capaci di usarla con cognizione di causa (e di effetto). All’interno di un contesto psicoterapeutico sono innumerevoli le situazioni in cui è opportuno instillare un dubbio a fini terapeutici; spesso, una volta che si è riusciti a farlo, il dubbio lavora da solo come un tarlo e, proprio come il tarlo, prepara la strada alla metamorfosi.

Ricalcando la logica del problema sarebbe opportuno capire il meccanismo che lo sorregge per rovesciarlo su stesso: quando un dubbio crea un problema, spesso un dubbio può anche risolverlo.

In riferimento a ciò si può ricordare, in questo ambito, quella considerabile come la manovra principe in termini di ottenimento di consenso, la quale utilizzazione in psicoterapia si deve a Milton Erickson ma che si può osservare già in molti passaggi tra le righe dei dialoghi dei sofisti quando procedevano per argomentazioni contrastanti: la “tecnica della confusione”. Tale tecnica è oltremodo efficace con le persone razionalizzanti, o con quegli individui che  tentano di opporre resistenza al cambiamento controllando ogni singola reazione.

La tecnica della confusione consiste nella presentazione di una serie di argomentazioni contraddittorie legate tra loro tramite una discordanza logica. Il soggetto, in preda al dubbio, attua uno spostamento continuo dell’orientamento alla ricerca di un significato logico nelle presentazione del discorso. Lo sforzo compiuto dal soggetto può essere paragonato ad un arrampicatore che cerca freneticamente di afferrare un appoggio ma non lo trova: il primo appiglio che gli si offrirà sarà come un sorso d’acqua fresca nel deserto.

Questa esperienza renderà il soggetto propenso ad accettare ogni sollievo, ogni suggestione, ogni consiglio che lo renda capace di fuggire dalla confusione e trovare l’illusione di un ordine. Quando i sofisti procedevano per argomentazioni contrastanti, opponendo ad ogni tesi una tesi contraria, sebbene si potesse riscontrare una concordanza logica maggiore tra le argomentazioni, non facevano altro che applicare alla lettera una tecnica che qualcuno avrebbe formalizzato circa duemilacinquecento anni dopo nel campo della psicoterapia. La parola, dunque, dà significato alla realtà attraverso forme retoriche che vedono nella confusione, nella confutazione e nell’utilizzo del dubbio gli strumenti principali per caricare di senso l’universo delle interazioni.

Oltre alle tecniche di comunicazione, ci sono vere e proprie prescrizioni strutturate sfruttando le ambivalenze attraverso il dubbio; prendiamo il caso di quella conosciuta, all’interno della psicoterapia breve strategica, come la “ristrutturazione della paura dell’aiuto”. Spesso una delle tentate soluzioni di coloro che soffrono di un disturbo fobico o da attacchi di panico è proprio quella di chiedere aiuto alle persone che le sono vicino che, prontamente, corrono in loro soccorso in ogni momento di pericolo: i “partners fobici”. Dopo un accurato colloquio e dopo essere giunti con il dialogo strategico a far scoprire alla persona la sua tentata soluzione disfunzionale, spesso viene fornita questa ristrutturazione: “Da qui alla prossima volta che ci vediamo, ogniqualvolta le capiterà di chiedere aiuto a qualcuno noi vorremmo che lei pensasse ad una cosa: noi vorremmo che lei riflettesse sul fatto che quando chiede aiuto e lo riceve i messaggi che le arrivano da coloro che la aiutano sono due: il primo è che gli altri le vogliono bene e si vogliono prendere cura di lei, il secondo è che loro pensano e le confermano che da sola non ce la può fare. Noi non possiamo dirle di smettere di chiedere aiuto perché sappiamo che non è in grado, ma ogniqualvolta lo chiede e lo riceve vorremmo che lei pensasse a questo doppio messaggio”. La ambivalenza è “sappiamo tutti che sbaglia, ma può continuare a farlo” sorretta da un dubbio che è quello di pensarci ogni volta che le viene di farlo che, ovviamente, è un pensiero che ha già valore terapeutico.

Un altro esempio di utilizzo del dubbio lo si ritrova nei problemi di relazione di coppia. Tutti abbiamo sperimentato il riavvicinamento di una persona dovuto al dubbio che ci sia qualcun altro/a; sebbene possa sembrare una contraddizione è noto che il miglior modo di far riavvicinare due persone è cercare di allontanarle, per non parlare dell’enorme capacità attrattiva che ha una persona quando lascia intendere che ci siano segreti o un mondo di cui non può parlare.

Anche in alcuni tipi di disturbi sessuali dovuti da un’interazione disfunzionale con il partner a volte basta instillare dei dubbi a proposito della “correttezza” delle pratiche sessuali, affinché ne vengano scoperte di nuove e la curiosità ridoni il vigore perduto. Ma un esempio eclatante è l’utilizzo del dubbio per far giungere in studio qualcuno che non ne vuole sapere di venire. Spesso alcuni disturbi, come quello di tipo paranoico, sono caratterizzati da una grande diffidenza che impedisce le persone che ne soffrono a fidarsi di uno psicoterapeuta in grado di aiutarli, nonché da una fervente credenza di non avere alcun problema. Ciò porta i familiari, i partners e i soggetti vicini al paziente a prendere l’iniziativa e venire in terapia per avere consigli sulle cose da fare per aiutarlo. In questi casi, quando non è possibile lavorare indirettamente, si dà una prescrizione molto precisa in cui si chiede a chi giunge in studio di dichiarare a tale persona di essersi rivolti ad uno specialista e di aver capito di aver sbagliato tutto, scusandosi per non averlo capito prima e che devono continuare a seguire una terapia per loro stessi; questa manovra rispecchia l’antico stratagemma di “mentire dicendo la verità”. Di norma le persone alle quali viene detto ciò prenotano una seduta nel giro di pochi giorni. Questi sono solo alcuni esempi di come si possa sfruttare il dubbio per costruire tecniche terapeutiche in grado di ottenere effetti concreti.

Dr. Giulio De Santis

PSICOLOGO – PSICOTERAPEUTA

Specialista in

PSICOTERAPIA BREVE STRATEGICA

Affiliato al CTS di Arezzo diretto dal Prof. Giorgio Nardone

Coordinatore CTS – Bologna

Riceve a: Milano, Bologna, San Benedetto del Tronto

Tel.: 3333763710 e-mail: desantisgiulio@gmail.com

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