La Prostituzione relazionale di Giulio De Santis Psicologo a Milano, Bologna, San Benedetto del Tronto

Non si può stare bene con gli altri se prima non si sa stare bene da soli”

Se non sai stare senza una persona non sai stare neanche con quella persona” (G. Nardone).

abbandono

Basta aprire una pagina qualsiasi tra le mille di aforismi che ormai intasano il web per rendersi conto di questa atroce verità: se non sappiamo stare bene da soli gli altri saranno un bisogno e non un piacere, se gli altri sono un bisogno e non un piacere scatta la dipendenza affettiva, con tutti i guai che ne derivano. Purtroppo, ahinoi, molte sono le persone che rimangono vittime di questa trappola e costruiscono, nella loro vita, rapporti di dipendenza con tutti, salvo poi il rimanere tristemente delusi non appena gli altri si tirano indietro, “appesantiti” da una presenza troppo aggressiva e costante, finanche “appiccicosa”. Ma come funziona nello specifico la dipendenza affettiva? Quali sono le dinamiche che intervengono nel costruire un carattere di questa tipologia? Di seguito una personale rassegna di quello che, in base alla mia esperienza clinica, credo porti queste persone a sviluppare dei tratti di dipendenza che li predestineranno ad essere amati per quello che fanno e non per quello che sono.

1. Mancanza di autostima

Presto detto, premettendo che il processo di strutturazione di una identità propria passa attraverso mille delusioni e sofferenze, nonché altrettante gioie e condivisioni, ci sono persone che strutturano una buona dose di autostima e altre che tendono invece ad autosvalutarsi, cercando disperatamente di fare qualcosa per rendersi indispensabili alle persone che ritengono essere di successo invece di imitarli per trovare il successo dentro di loro. Questo crea inevitabilmente persone “camaleontiche” che cambiano idea a seconda di dove gira il vento e di conseguenza delle personalità che tendono a seguire l’idea della maggioranza di turno, un po’ come nella canzone “Il conformista” del caro buon vecchio Giorgio Gaber.

Si nota, nelle persone che vivono la realtà in questo modo, una scarsa lotta per la ricerca di idee proprie, che spinge loro a seguire quelle degli altri. Perché? I motivi possono essere migliaia, ma chi segue gli articoli di questo blog sa che in terapia strategica ci si concentra più sulla soluzione che sulla spiegazione, pertanto preferisco lasciare ad altri le interpretazioni di vario genere;

2. Mancanza di piacere

Sovente in queste persone manca la capacità di divertirsi, di regalarsi anche i piaceri più minimi, hanno bisogno sempre di un nemico comune da combattere che faccia da collante a più persone alle quali aggregarsi, la capacità di leadership è spesso delegata ad altri poiché loro non possono basarsi su quello che sono, ma solo su quello che fanno per essere accettati. Finiscono dunque per divertirsi dei divertimenti degli altri, quindi, ancora, della presenza degli altri;

3. Incapacità di dire “NO”

Proprio per il fatto che sono concentrati nel compiacere gli altri, queste persone sono incapaci di dire “NO” alle richieste di chi, inevitabilmente, finirà per abituarsi ad una risposta affermativa ad ogni richiesta e con lo sfruttarle per i propri comodi, salvo poi il liquidarle (spesso in malo modo) quando la loro presenza non è più gradita, tanto la prossima volta diranno comunque un altro “Sì” e finiranno, come già detto, per essere amate per quello che fanno e non per quello che sono;

4. Invidia

Tutto ciò innesca un processo di frustrazione che trova una facile via di fuga nella rabbia, che si converte in invidia invece che in occasione per migliorarsi, proprio perché la scarsa autostima spinge loro a rinunciare al miglioramento, tanto non saranno mai capaci di metterlo in atto, le giustificazioni per evitare di mettersi in gioco possono essere molteplici. Questo non è che un altro tassello che si aggiunge alla cascata di pessime scelte descritte fino ad ora, il risultato delle quali può solo essere un insuccesso: dopotutto, si sa, una delle caratteristiche delle persone di successo è che desiderano, a loro volta, il successo degli altri, al contrario chi non riesce a raggiungerlo non vede l’ora di poter gioire dell’altrui fallimento;

5. Orgoglio e risentimento

La rabbia, si dice, imbruttisce e invecchia dal di dentro. Come tutti i rancorosi spesso fanno, si tende a tirare una linea sul nome dell’ex amico/a ormai allontanato e non lo si contatta più, si bruciano le foto e si vive aspettando la vendetta di chi una volta era il proprio idolo e punto di riferimento, dando la colpa di tutto ovviamente a qualcuno o qualcosa al di fuori di sé perché il coraggio dell’umiltà non è proprio di tali personalità. Epitteto a proposito insegnerebbe “Accusare gli altri delle proprie disgrazie è conseguenza della nostra ignoranza; accusare se stessi significa cominciare a capire; non accusare né se né gli altri, questa è vera saggezza”;

6. Screditare gli altri

Una volta scelte le “nuove” persone dalle quali dipendere, le altre diventano solo degli esseri da insultare, non importa se con loro si sono passati dei bei momenti, perché se è vero che non si ha la capacità di gioire dei successi degli altri, in compenso si ha quella di far vedere quanto si è migliori degli altri; eleganza e stile non sono cose che si addicono a coloro che si dilettano nella nobile arte del vanto, ostentando i risultati ottenuti li si rendono sempre più piccoli. Ancora una volta tutto torna, presto si tornerà soli ad invidiare quelli degli altri. Già Eleanor Roosevelt insegnava “Grandi menti parlano di idee, menti mediocri parlano di fatti, menti piccole parlano di persone”;

7. Bisogno di sostegno e attenzione

Sì, è vero, tutti noi ne abbiamo bisogno, ma la vita insegna, o perlomeno dovrebbe farlo, a bastare a se stessi e superare quella che alcuni chiamano “angoscia d’abbandono”: non a queste persone. Evidentemente un pessimo mix di educazione, ambiente di crescita e, perché no, per quel poco che ne sappiamo anche un pizzico di genetica, hanno insegnato ad alcuni che non si può vivere senza l’aiuto e il sostegno degli altri, l’attenzione diventa la prova di quanto siamo importanti per il mondo, ma più si cerca l’attenzione esterna e più si rimane isolati poiché giudicati inevitabilmente poco stabili, magari anche un po’ narcisisti e vittimisti. Il fatto è che se per ottenerla siamo disposti a tutto, i più scaltri sapranno bene come ottenere tutto e approfittarsene.

La felicità, è vero, è tale solo se è condivisa, questo non significa che gli altri devono essere un mezzo per raggiungerla, ma spesso si confonde il fine con il mezzo con il risultato che il fine non è più quello che volevamo.

Se qualcuno sta pensando che sia sbagliato concentrarsi su questi aspetti perché in fondo sono persone che soffrono, forse dovrebbe riflettere su quali siano in effetti i metodi efficaci per metterle di fronte alle loro fragilità e far sì che inizino a contare sulle loro risorse, poiché spesso sono proprio i nostri limiti che ci permettono di recuperarle.

Dr. Giulio De Santis

PSICOLOGO – PSICOTERAPEUTA

Specialista in

PSICOTERAPIA BREVE STRATEGICA

Affiliato al CTS di Arezzo diretto dal Prof. Giorgio Nardone

Coordinatore CTS – Bologna

riceve a Milano, Bologna, San Benedetto del Tronto (AP)

Tel.: 3333763710 e-mail:desantisgiulio@gmail.com

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